Tramonti bollenti di Dominique Positano

Il romanzo rosa di Dominique Positano, l’autore più caldo dell’estate.

Dall’introduzione:

“Tramonti Bollenti non è un semplice romanzo come Albachiara non è una semplice canzone”

Questo dichiara Dominique Positano parlando del suo ultimo romanzo. Noi di Studio Tonnato non abbiamo mancato di credergli. Ci siamo subito invaghiti delle sue parole dolci ma decise. La scelta di una storia inusuale, ambientata in due metà, in due corpi. E sono proprio i corpi i protagonisti del romanzo, sono il loro attrarsi e scontrarsi, la forza magnetica che genera l’energia della vita stessa. Abbiamo letto e ci siamo innamorati del libro di Dominique, per questo ora, noi, oggi, lo doniamo a voi. Perchè lo sapete, voi che state dall’altra parte dello schermo che noi di Studio Tonnato siamo qui per garantirvi il meglio. Anzi, il meglio del meglio del meglio. E lo sapete, che il distillato che ne ricaviamo è marchio di altissima qualità. Quindi ragazzi, giovani, donne e bambini, patiti del sangue, amanti del fetish, depravati, amici, cuginetti, a tutti voi diciamo che se di Dominique ci siamo innamorati noi, beh, potrete anche voi.

Quindi cari amici diamo spazio alle parole del maestro, tenete aperta la porta del cuore, e godetevi il viaggio.

– Studio Tonnato

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Tramonti bollenti di Dominique Positano
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Intervista a Dominique Positano

Tempo di lettura stimato: 4 ore

L’appuntamento è fissato, le camicie stirate e i cuori immersi per intero nel miele denso della vita. Non è Acacia quello che si sente nell’aria, non è Eucalipto o Millefiori. Il profumo di rose e lacrime che si percepisce ha lo stesso aroma di una mattinata estiva, di un gelato sciolto sulle dita, del sole che ti gira attorno come una mosca e ti bacia la pelle bianca.

Seduto in un bar dalle scritte arabeggianti un uomo ci aspetta immobile, una statua in maglioncino a collo alto e occhiali da sole, è Dominique Positano e ci aspetta come un cacciatore la preda; seduto in silenzio su una seggiolina di plastica.

Mi presento senza ricevere risposta, Dominique sembra guardare oltre, scruta l’orizzonte di macchine parcheggiate e lampioni, io e il mio socio ci sediamo.

“Vi stavo aspettando” dice abbassandosi gli occhiali. Come un segnale non scritto ci rendiamo conto che l’intervista è iniziata, ci guarda con occhi lividi, quegli occhi non mentono. Siamo a tu per tu con lo scrittore di Tramonti Bollenti.

Dominique Positano

Ciao Dominique, per prima cosa vorremmo ringraziarti per averci incontrato e per averci dato la possibilità di intervistarti, sappiamo che sei un personaggio riservato. Ma ora che siamo qui non possiamo non saperne di più, chi è Dominique Positano?

“Dominique sono io, ma potete chiamarmi Dom oppure Ducaconte come mi chiamano gli amici. Le persone erroneamente mi definiscono scrittore, le persone però hanno cuori pigri, annoiati, cuori con piccole targhe incomprensibili tipo Autogrill albanese.”

Con questo vuoi dire che non ti definisci uno scrittore?

“Con questo voglio dire che si, sono uno scrittore. Ma sono definito tale solamente perché le persone hanno bisogno di schemi dove inquadrarmi, di gabbie dove far riposare il leone feroce dei loro sentimenti. Sono uno scrittore perché abbiamo troppa paura di trovare una definizione diversa per definirmi.”

E che definizione daresti tu di te stesso a questo punto? Artista? Poeta?

“Angelo dell’amore? Non nego che esistano quadri che mi raffigurano in queste vesti. Messia dei sentimenti? Ammetto nuovamente di averci riflettuto. Traghettatore di cuori impavidi? Moschettiere di petalo e corallo? Sono tutte definizioni adeguate a mio avviso.”

A questo punto Dominique ordina da bere con un gesto distratto della mano. Non dice nulla, come avesse provato quel gesto centinaia di volte. Il cameriere di origini pachistane si affretta a portarci tazze da te su piattini d’argento che si depositano davanti a noi fumanti in pochi secondi. “È un infuso di fiori di Rosa spina e sambuco dolce, qui lo fanno che è un sogno”. Sorseggiamo la bevanda ustionante sorridendo come due bambini al pranzo di natale, quella poltiglia è lava in tazzina ma non possiamo dimostrarci deboli di fronte al Ducaconte che intanto ne ha scolata metà. Sarebbe come non fumare il calumet della pace. Ci bruciamo le tonsille, la trachea e io perdo anche un molare e un incisivo che ingoio senza fiatare. L’infuso ha un leggero retrogusto di Kebab. “E si è vero, è proprio un sogno” mugugna il mio socio.

Da cosa nasce la tua passione per la scrittura romantica?

“Devo ammettere che sono sempre stato un ragazzino sensibile. Mi scoprivo spesso ad osservare la parte dura degli asparagi staccarsi di netto dal gambo come colli di papera decapitati e pensare all’amore. Da bambino esploravo la mia essenza, mi analizzavo nel profondo scavando nella fossa ormai divelta del mio petto e ne estraevo oro da fondere, oro fuso da colare dentro stampi a forma di emozioni e poi…”

Scusa Dom, le tue parole sono fonte d’ispirazione viva per i nostri lettori e non vorremmo mai tarparti le ali, ma potresti essere più concreto? Quando hai iniziato a scrivere d’amore e come mai?

“Be diciamo che tutto è nato quando avevo circa quattordici anni. Un giorno a scuola, me lo ricordo come se fosse ieri, arrivò la supplente di spagnolo e me ne innamorai perdutamente. Aveva capelli corvini lunghi fino ai piedi e nel tempo libero suonava in un gruppo metal chiamato ‘Fucking shit maddafukkers’. Era una delle donne più dolci e sensuali che avessi mai visto, un’anima gentile ed educata che mi ha tatuato parole pure nelle pareti umide dell’anima.”

E poi come è andata a finire?

“È finita qualche anno dopo, come spesso finiscono gli amori impossibili a quell’età. Avevo iniziato a seguire i suoi concerti e a frequentare i gruppi heavy metal della città, mi sono tatuato la testa di satana su tutta la schiena e mi sono fatto pestare a sangue da un gruppo di motociclisti norvegesi; a quel tempo lo sapete anche voi cosa un animo gentile può fare per amore. Giravo con le borchie e un piercing al naso, sapevo lo spagnolo a menadito e neanche a dirlo ero riuscito a conoscere il suo ragazzo che chiamavano ‘Il vichingo infernale’. Ero come…”

Avevi conosciuto il ragazzo della tua professoressa? Lei era fidanzata?

“Si lei era fidanzata con ‘il vichingo infernale’ che di nome faceva Eugenio. Era il bassista dei ‘Fucking shit maddafukkers’ e aveva quel fascino classico degli occhialini con la montatura di alluminio e la bandana e poi si, non aveva quattordici anni. Quando lo conobbi mi tirò una testata in mezzo al viso rompendomi il naso e io sorrisi perché sapevo che quello per lui era un gesto di affetto. Quell’amore non durò a lungo però, Eugenio e la mia professoressa si trasferirono in Spagna e finirono in prigione per aver malmenato selvaggiamente un prete metodista. Non ho più incontrato anime tanto delicate, dopo la fine di quell’amore decisi di scrivere, di lascia volare libero il pettirosso dei miei sentimenti. Forse il mio libro arriverà anche a lei in prigione, è scritto anche in spagnolo.”

È una storia davvero interessante Dominique, ascolti ancora musica heavy metal?

“Ascolto metal solo in determinate circostanze. Quando sono a cena con la mia lei, c’è un clima romantico e una luce soffusa e… quello è il momento perfetto per apprezzare il metal. Però non lo nego, anche il neomelodico, il folk messicano e la trap vanno bene in queste occasioni, ho qualche riserva per il jazz che di fondo piace solo a chi lo fa.”

Come mai Tramonti Bollenti?

“Io credo che non esista nulla di più emozionante di un tramonto, il tramonto rivela il nostro animo poetico, crea una voragine nella cotta maglia ruvida che indossiamo arrivando alla crema burrosa della sensibilità. Io in quella crema ci sguazzo come un delfino dagli occhi azzurri, baleno nell’onda increspata di quell’apertura e gratto con le unghie. Il tramonto è per me il simbolo della sensibilità che arriva a tutti, che dilaga come una malattia ed emoziona l’avvocato come il muratore, l’artista parigino come lo scugnizzo napoletano.”

Dalle tue parole ci sembra di capire che Tramonti Bollenti vuole riferirsi ad un pubblico ampio, parlare ai sentimenti di tutti gli uomini e le donne anche di diverse classi sociali, è corretto?

“È vero, spero che le mie parole arrivino a più persone possibili proprio come un tramonto che illumina gli occhi di tutti e a tutti, magari non allo stesso modo, scalda ed emoziona. Parlare di amore come di sesso è scivoloso, ma la gente ne ha un disperato bisogno.”

Non vogliamo entrare nel merito del racconto ma la domanda sorge spontanea, ci sarà da aspettarsi del sesso?

A questo punto Dominique si leva gli occhiali ripetendo lo stesso gesto con il braccio che sembra però acquisire una valenza differente. Il cameriere pachistano appare da dietro come fosse sempre stato li, appoggia gli occhiali da sole su un piattino d’argento e scompare alle nostre spalle portando il tutto lontano da noi. Le nostre lingue provate dall’infuso demoniaco sono ormai sciolte nel palato, lui ci fissa con occhi infiniti e noi ne percepiamo il magnetismo. Rimane in silenzio qualche secondo, pocciando i suoi occhi nei nostri come a voler ispezionare i nostri pensieri, poi risponde.

“Il sesso è come un goblin che si apre la pancia a morsi, ribaltare le budella sul tavolo della cucina, odore di stomaco e il rumore delle onde che s’infrangono sulla riva. Non posso anticipare nulla a riguardo ma sicuramente non nego che ci saranno emozioni forti, carnalità, frugalità, tristezza e riscatto. L’animo umano è come quella cucina devastata dalle budella del goblin e io sono la donna delle pulizie algerina che il giorno dopo dovrà pulire il casino.”

Crediamo di aver capito Dominique, concludiamo allora parlando del futuro. Quali sono i tuoi progetti? Hai già in serbo qualche altro progetto su cui lavorare? Magari un sequel?

“La mia vita è nelle pieghe di un tramonto, non so ancora cosa farò. Una cosa è certa, mi getterò a capofitto nell’amore e porterò in quella crepa immensa tutto il mondo.”

Noi ti ringraziamo di cuore, hai un ultimo saluto da fare Dominique?

“Vorrei lasciarvi con una citazione del mio gruppo musicale preferito, una citazione forse un po’ sdolcinata dei ‘Fucking shit maddafukkers’ che dice: ‘Se staccandoti la testa con un’ascia potessi nutrirmi del sangue che ne cola, ruberei le armi della bestia per perpetrare la vendetta più nera’. Che come si capisce, oltre che essere una rima molto bella, parla della voglia di scoprirsi, di quel desiderio umano di nutrirsi dell’altro. Tuffatevi nell’amore, staccate la testa della solitudine e gettatevi nei sentimenti.”

Con queste parole Dominique si alza, non ci saluta neppure, non proferisce suono come avesse finito le parole a sua disposizione, come non ci conoscesse. Io provo a dire qualcosa ma il mio socio mi ferma con uno sguardo, Dom è già in piedi sulla porta del barino e scintilla nel suo maglioncino a collo alto. Fa un gesto con il braccio che a primo sguardo sembra uguale a tutti gli altri ma evidentemente anche questa volta non è così. Il cameriere pachistano arriva su uno scooter, affianca il marciapiede e lo carica su, i due scompaiono nel sole in una nuvola di fumo nera ed io, senza gola e trachea, lo guardo dissolversi.

– Intervista di Studio Tonnato

Perché, Studio Tonnato?

“Quando osservi uno schermo ciò che ti attrae è il suo contenuto o la luce che questo emana? Come dei moderni narcisi ci abbandoniamo al fascino luminoso dello specchio e, inermi, ci immergiamo in esso. Una volta avvolti nel liquido neurale ci ritroviamo pacati nello stato amniotico della pre nascita, diveniamo esseri di puro intelletto capaci di tutto. Più vi restiamo e più paghiamo il prezzo della nostra permanenza. Il network cambia il mondo intorno a noi in sua funzione, ci impone di adottare le sue logiche da coscienza condivisa, tutto diviene artificiale, perfettamente integrato, tornato al suo stato fisico poi si fa post-digitale. Il prezzo della nostra permanenza è la modifica dello stato di natura. Diveniamo incapaci di riconoscere la natura atavica da quella della tecnica, quest’ultima ne è diventata una riproduzione talmente elaborata da essere capace di integrare i paradigmi dell’artificio con elementi della natura antica. Nel confronto tra le parti però, i nuovi oggetti naturali generano un fortissimo attrito con la natura primitiva, svelando la propria maschera di artefatto e diventano capaci di dischiudere a nuovi linguaggi. Grammatiche fatte di imprevisti e miscugli, integrati fino a farsi occulti. Il nostro lavoro vuole far affiorare i fili scoperti, smascherare il matrix, mostrare la carcassa dietro la simulazione, punta, in un sistema escatologico, a far vivere l’attrito generato dal confronto con le nuove estetiche naturali, riproponendo l’eterno tema del rapporto uomo-natura, introducendo nell’equazione l’elemento rivelatore della tecnica integrata. Per questo prendiamo i più potenti mezzi a nostra disposizione per lavorare: gli immaginari. Li utilizziamo, li distorciamo, ibridiamo, strechiamo e rinnoviamo, in un continuo processo di remix e cut-up per generare l’imprevisto, il bug che buchi il sistema.”