Un tempo parte dell’azienda streetwear più radicale d’Europa, Gimme 5, Fats è oggi il fotografo per antonomasia della scena street. Ha lavorato per brand influenti come Gimme 5, GoodEnoughUk, A Bathing Ape, Silas, Vans e Maharishi, per citarne alcuni.
Fats incarna così tanto di ciò che oggi consideriamo “street culture” che vale la pena di ottenere la sua opinione, sia essa visiva o verbale.
(da www.fatsarazzi.co.uk)
Fats Shariff, fotografo per professione e passione. Arte o fashion?
Prima di tutto, sono per la fotografia… e poi mi considero un fotoreporter, perché documento il momento storico in cui ci troviamo. Se dovessi scegliere, preferisco tendere di più verso l’arte, e sono convinto di essere un buon fotografo concettuale. Quando mi capita di fare servizi di moda però, generalmente cerco di farli apparire come un reportage: mi piace che le cose appaiano vere, non costruite a tavolino… naturali.
…io lo odio, il termine streetwear… esiste qualcosa che si possa definire “scena”, oggi?
I tuoi 3 fotografi preferiti:
Henry Cartier Bresson, per la vita.
David Bailey, per la fantasia.
Ricky Powell, per l’umorismo.
Ok, parliamo un po’ di questa cosa che si chiama streetwear. Qual è lo stato della scena?
Io lo odio, il termine streetwear… esiste qualcosa che si possa definire “scena”, oggi? Lo streetwear è diventato parte del fashion system, così some l’haute couture o il denim. Sono solo vestiti, inscatolati ed etichettati dalle grandi aziende; una volta c’era qualcosa che non si poteva etichettare, ma l’industria ha bisogno di etichette… così, oggi lo streetwear è una fonte di guadagno per le grandi corporation, e ognuno vuole la sua fetta: ovviamente, questo ha cambiato molto le cose.
In pratica, un’intera cultura è stata inscatolata dall’industria, pronta per essere venduta in un bel pacco regalo.
Ci sono brand che si definiscono streetwear, ma che esistono per motivi puramente economici: qualcuno ha visto che i ragazzini desiderano un certo tipo di vestiti, e così le corporation hanno iniziato a seguire quella ricetta e a buttare fuori prodotti che avessero quelle caratteristiche e un prezzo accessibile per tutti. Così, oggi come oggi i ragazzini non hanno la minima idea di che differenza ci sia, tra Bench, Carhartt e Neighborhood; l’unica differenza che vedono è il prezzo, e così tutto il discorso si riduce a quello, i soldi.
Non esiste una scena “streetwear”; magari noi la chiamiamo così perché vediamo qualcuno che fa cose simili a quelle di una volta, ma io penso che si tratti di un’evoluzione verso qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo come chiamare. Forse sta accadendo qualcosa di simile a ciò che è successo negli anni Ottanta, come un cerchio che si chiude… ma è un processo lento.


Allora pensi che sia ancora qualcuno con delle idee nuove? Com’è possibile, oggi, essere originali?
Certo che ci sono nuove idee, là fuori. L’idea che sta alla base di questa attività è: prendere qualcosa che già esiste e renderlo migliore, più tuo. È qualcosa di simile a un editing creativo: una maglietta alla fine è sempre una maglietta, un paio di jeans sono un paio di jeans, ma la cosa importante è il modo in cui li interpreti. Ad esempio, negli anni Ottanta abbiamo preso i classici indumenti da lavoro, e li abbiamo cambiati un po’: adesso, vent’anni dopo, si chiamano “streetwear” e chiunque li produce.
Spesso la differenza la fanno i particolari: quello che fai tu è dedicato a un individuo, non alle masse. Sono piccoli tocchi quelli che soddisfano l’ego del consumatore (e quello di chi produce, perché no?).







