Pensi che la tua città, Londra, sia ancora avanti rispetto alle altre metropoli europee?
Londra è una città a cui tutti guardano, il posto in cui sono nate (e continuano a farlo) moltissime subculture che poi si sono imposte in tutto il mondo. È anche una fucina di talenti, che vengono assoldati dalle grandi multinazionali straniere. Come mai succede? Perché non abbiamo abbastanza aziende nazionali, per impiegare tutti i creativi che ci sono in città. Al momento la moda newyorchese è ossessionata dallo stile inglese: la chiamano “anglofilia”, non ne hanno mai abbastanza di quello che arriva da Londra. Anche nel mondo dell’arte e del design siamo molto presenti… insomma, per me Londra rimane una delle capitali dell’Ispirazione.

Che ruolo ha la musica nella tua vita?
La musica riesce a darmi la pace, e spesso è fonte di ispirazione. Quando una canzone mi entra in testa, continuo ad ascoltarla compulsivamente… l’ultima volta mi è successo con Honey di Erykah Badu, la gente nel mio ufficio è impazzita perché l’ho messa su tipo dodici volte di seguito: a loro non piaceva, io la amavo.
La musica mi rende felice, e mi fa sentire pronto per qualsiasi cosa. Devo dire però che non compro molti dischi, ma sono un po’ ripiegato sulla mia collezione, a riscoprire musica che avevo dimenticato. Non è che penso che non ci sia niente di buono adesso, è solo che siccome esce così tanta roba, diventa necessario filtrarla… bé, in questo momento il mio livello di filtraggio è settato troppo in alto, forse.
La musica è parte della vita, senza è come se morisse un pezzo di te.


Perché hai chiamato tuo figlio Che?
Mi piaceva il suono, e il significato di “amico”, “compare”… non deriva direttamente da un amore ideologico nei confronti del Che.
Se devo essere onesto, al cosa è andata così: una sera io e Mickey stavamo vedendo repliche di una sitcom che si chiamava Citizen Smith; lei era incinta di sette mesi. Bè, insomma a un certo punto nell’inquadratura dietro a uno degli attori c’era un poster del Che… io e Mickey ci siamo guardati e abbiamo detto, insieme: “Che!”
Ecco com’è andata. Un’altra storia divertente è quella che spiega come mai ho chiamato Dante il mio figlio più piccolo, ma ve la racconterò un’altra volta…

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