
Se chi si occupa di divulgazione cinematografica in Italia dovesse fare la gara del piscio più lontano, senza ombra di dubbio, Fuori Orario - cose (mai) viste innaffierebbe una tratta lunga quanto l’intero stivale e si aggiudicherebbe il gradino più alto del podio ad una distanza dal secondo posto raggiungibile soltanto in aerostato. Di festival cinematografici l’Italia è piena, ma guardare il cinema attraverso i filtri del grande schermo, rispetto all’effluvio delle catodiche notti di Rai Tre, sarebbe come paragonare le capacità coltivatorie di un irrigatore da campo da calcio a quelle della pioggia.
Potremmo radere al suolo la peripezia linguistica della premessa ma mi è parso corretto tributare un pensiero alla trasmissione che mi ha fatto conoscere l’uomo di cui andrò parlando, e aprire le parentesi per scriverci semplicemente ‘via Fuoriorario’ non mi sono sentito di farlo.
Taris roi de l’eau
Rambo controlla il blocco. Non si scherza.
Jean Vigo. Lo scrivo subito così da levarmi il peso di mettere i due punti.
La biografia è su Wikipedia e a chi storce il naso sulla veridica correttezza del sito consiglio di comprarsi il meglio cofanetto che contiene tutti i films lunghi (due, ndc) e tutti i documetraggi precedenti (sempre solo due, ndc).
Conosciamo il termine apogeo e se dovessi tracciare le orbite che ruotano intorno alla parola ‘cinema’ affermerei con particolare certezza che Jean Vigo sta al pericinzio.
Per mettere a fuoco e legarmi all’inizio, Vigo è il regista delle immagini che siglano il programma nottiferaio ghezziano, quelle dell’uomo che si butta nel fiume (Senna, ndc) e fa le bollicine sott’acqua.
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